giovedì 29 dicembre 2011

BUONE FESTE DA ME E LA CORAZZATA

Post viaggio 1 - Modena

Vigilia di Natale 2011, Modena. Italia. Mi riaffaccio qui, su questo blog perché mi mancava. Mi mancava scrivere, mi mancavano le risposte. Anche se alla fine non mi manca il viaggio che raccontò. Probabilmente non mi manca ancora. Ogni tanto affiora, strizza un po' i ricordi, ma è qualcosa di leggero e fugace, per ora. Ieri ad esempio stavo rimettendo in ordine tutti gli oggetti e attrezzi che ho tirato fuori dalla cassa, la cassa ritirata due giorni fa alla dogana di Milano e contenente tra l'altro la Corazzata. Chiavi inglesi, tenaglie, ricambi, l'impermeabile giallo, i caschi. E me li toccavo con mano, li pulivo. L'impermeabile giallo che alla fine non è altro che un poncho regalatomi da Enrique la prima volta che arrivai a Città del Messico. Il suo odore forte di gomma che mi rimanda istantaneamente a quella notte passata in mezzo al mare dei Caraibi, sulla barchetta sbattuta dalle onde e dai venti. Ce l'avevo addosso. Oltre ad esso solo le mutande bagnate, fradice, ormai inzuppate dell'acqua salata che entrava dentro la stiva a fiotti, mentre ero seduto per terra e non riuscivo ad alzarmi. Vomitai nel suo giallo parecchie volte, almeno tutte le volte che tentai di alzarmi. Il suo odore di gomma che riconoscerei dovunque, comunque e sempre. Poi i due caschi, quello bianco modulabile comprato a Medellin e il mio vecchio jet nero, inseparabile compagno di viaggi, ormai rotto in diversi punti ma con la forma esatta e millimetrica della mia calotta cranica. Quindi la pompa per gonfiare i copertoni, che tante volte mi salvò e mi permise di rimettermi in viaggio dopo qualche foratura. Gli attrezzi, di cui sono gelosissimo. Attrezzi del mestiere, indispensabili tutti. Compagni anch'essi di viaggio. La chiave numero 10 e la 11, le più usate. Poi la 8 per i morsetti. La piccola pinza dei seeger, per me il vero capo officina della mia cassettina attrezzi.
Ripongo tutto in un angolo circoscritto della mia officina. Anche il flaconcino verde comprato in Brasile che usai come contenitore per le emergenze. Quindi le tre candele che hanno fatto esplodere per migliaia di chilometri la miscela sulla testa del pistone. Un'enormità di chilometri ciascuna.
Ci tengo a non mischiare con tutto il resto quello che tiro fuori dalla cassa. Forse un modo per lasciare definiti il più possibile i ricordi, non confonderli con tutta l'osmotica miscellanea di cose che altrimenti prenderebbero il sopravvento. Si meritano un posto di riguardo. Una mensolina tutta loro.
Lavo anche la Vespa. Ancora sporca di terra dell'altro continente. Un po' mi dispiace toglierli la patina incrostata che si è trascinata dietro da quell'altro Mondo. Ma credo però che una sana lucidata alla carrozzeria ammaccata sia doverosa. Rispettosa. Passo la spugna sul colpo della sacca sinistra. Dapprima fu la strusciata che si prese quando cadetti in Argentina, poi fu la bozza che si prese quando la trasportarono a Cuba, sdraiata sul pallet che fecero entrare nella stiva dell'aereo. Poi il lato destro, quello delle bandierine. Alcune sbiadite, alcune altre che si sollevano dagli angoli dalla colla sciolta al sole e tolta con la pioggia. Altre al loro posto, belle come l'istante in cui le appiccicai, con orgoglio e soddisfazione, piccole medaglie al merito. La pedana, incrostata di terra e grasso, quel grasso appositamente messo per non farla arrugginire dalla pioggia. Il parafango con cui colpii in pieno lo spartitraffico in mezzo all'autostrada poco sopra Oaxaca-Messico, che si insaccò e ammortizzò l'urto. Un'ultima mano di cera sullo scudo, verde e fiero, di lamiera massiccia, da vera e propria Corazzata. Una passata anche sul parabrezza spezzato in due dal vento e dalle vibrazioni dello sterrato della Terra del Fuoco, incollato da una striscia di nastro adesivo rosso che fa tanto ‘mezzo di lavoro' degli anni 50, quando i furgoncini e i camion avevano l'obbligo di pitturare una striscia obliqua che li identificasse.
Ogni singolo suo centimetro di lamiera racconta qualcosa, si porta dietro qualche ricordo da raccontare a chi vorrà sentirlo, o da tenermi per cullarmici un po' quando ne avrò voglia. Lo stesso per tutto il resto, per tutto quello che ne è uscito dalla cassa di legno proveniente dalla dogana di New York. Affetti personali di gran valore.
Provo anche ad accenderla, la voglio sentire vibrare, parlarmi. Voglio annusare la sua miscela, il suo odore. Tiro l'aria e do qualche pedivellata. Non si accende. Vanno a vuoto. Pulisco la vecchia candela color nocciola che ha dalla Colombia, e che si è fatta Panama, Cuba, Messico e Stati Uniti. Ma anche così pare non ci siano segni di vita, eppure vi è corrente. Altre compressioni sulla pedivella e finalmente prende vita! Un respiro asmatico e faticoso, instabile. Sento che qualcosa non va. Ormai la conosco bene, riconosco ogni suo minimo sintomo. È semplicemente il motore ormai spompo. Il suo cilindro rovinato, i suoi manovellismi a brandelli. Non so se sarebbe in grado di fare ancora mille chilometri in questo stato. Probabilmente no e allora prendo coscienza che ce l'ha proprio messa tutta per riportarmi fino alla meta finale del mio viaggio, non le potevo chiedere di più. È giusto che ora si riposi, al caldo e coccolata. Sfiorata ogni tanto dai miei sguardi di complicità e qualche carezza che le passo sul fanale, come sempre, come facevo sui sassi grandi come palle da tennis della Patagonia desertica, o lungo il mare brasiliano, per le stradacce del centro America, o nei parchi degli Stati Uniti, per il rigagnolo di strada verso il Mar Artico in Alaska o tra le foreste di pini della Caretera Austral in Cile.
Detto questo, continuerò a scrivere su questo blog, spero con cadenza settimanale. Non so di cosa. Di quello che passerà al convento cercando di non cadere mai nel banale. Scusa per continuare a sentirci? Probabilmente. Ha ragione Rapetti quando dice che questo blog ha rappresentato molto, per me soprattutto e per tutti quelli che l'hanno seguito. Chiuderlo o mummificarlo per lasciare il ricordo del viaggio circoscritto, per accostare questa pagina web ai soli 83mila chilometri sarebbe un po' triste, no Pandino? Perché i nostri sentimenti non sono semplici attrezzi o flaconcini di plastica verde da mettere su una mensola a parte. Sono invece qualcosa che hanno una dinamicità, una evoluzione che credo sia giusto raccontare, raccontarci, non disperdendo quel fascio di legami e ‘buona onda' (come dicono spesso in Argentina) che si è venuto a creare in 18mesi. Ok, non sarete, saremo, più seduti sulla corazzata, ma di seggiole e divani ve ne sono tanti al mondo. E poi, ogni viaggio nasce da sopra una seggiola o un divano. Quindi, motivi e supporto per continuare a sognare ve ne sono parecchi!